La sera del 22 novembre noi, cittadini del quartiere di san berillo, abbiamo assistito a quella che è stata definita dai giornali la prima operazione interforze di prevenzione e contrasto alla criminalità nel quartiere. A partire dalle 21.00 ci siamo recati nella zona, allertati da chi, perché vi abita o perché vi frequenta la scuola di italiano, era già presente. Vogliamo ricostruire l’operazione vista dai nostri occhi, un gruppo di cittadini di diverse nazionalità, europee ed extraeuropee, che hanno sentito l’esigenza di esserci.

L’operazione è stata condotta da polizia, guardia di finanza, militari, vigili del fuoco. In un primo momento tutti gli stranieri che si trovavano nelle vicinanze (via Don Luigi Sturzo, via di Prima, via Ventimiglia, piazza teatro massimo) sono stati invitati a recarsi nella parte centrale del quartiere (incrocio tra via pistone e via delle finanze). In seguito il quartiere è stato circondato dai mezzi delle forze dell’ordine e si è proceduto alle operazioni di identificazione e perquisizione, di persone e di abitazioni. Appena riempito il primo furgoncino, 9 stranieri sono stati condotti alla stazione della polizia scientifica di via Roccaromana per le identificazioni. Tra loro molte persone in possesso di regolari permessi di soggiorno o con regolare soggiorno ma in attesa di rinnovo, documenti mostrati agli agenti che hanno comunque ritenuto opportuno procedere con gli accertamenti delle identità sostenendo che gli stessi potevano essere falsi.

Nel frattempo in quartiere i rimanenti stranieri venivano obbligati a spegnere i propri cellulari ed a conservarli nelle tasche o consegnarli agli agenti. Venivano sequestrate somme di denaro, sospetti proventi di attività illecite, restituite ai proprietari soltanto nel momento in cui, a termine delle operazioni di identificazione, si è riscontrato che questi ultimi non avessero precedenti penali e non fossero in possesso di sostanze stupefacenti. Contemporaneamente, l’unità cinofila setacciava il quartiere alla ricerca di sostanze.
Tra i cittadini accorsi per assistere alle operazioni di polizia, due ragazzi di cittadinanza gambiana sono stati anch’essi identificati, perquisiti (spogliati), pur non trovandosi in quartiere al momento dell’inizio delle operazioni. Nonostante le richieste dei restanti di noi, donne bianche e uomini bianchi, di essere identificati e perquisiti allo stesso modo e la denuncia del trattamento discriminatorio nei confronti delle sole persone nere, ci veniva risposto che le identificazioni e le perquisizioni venivano fatte solo a chi si trovava, al momento dell’inizio delle operazioni, in quella che è stata definita dagli agenti stessi “la più grande piazza di spaccio di Catania”.
A poco è servito fare notare la grande contraddizione tra le parole e le azioni che si stavano compiendo. Le operazioni erano centrate al controllo solo di alcune persone, divise per colore di pelle e anche per cittadinanza. Ci è stato spiegato, infatti, che tutti i gambiani sono spacciatori, lo sono anche i somali e qualche maliano, mentre gli altri abitanti o passanti anche se stranieri sono bravissime persone e instancabili lavoratori.
Davanti a tanta generalizzazione ci siamo sentiti, dunque, di rispondere che di certo tutti i siciliani sono mafiosi.

Combattiamo e denunciamo ogni giorno le generalizzazioni indirizzate da media e politica nei confronti degli stranieri e oggi vogliamo contestare l’evidente discriminazione realizzata in maniera del tutto indiscriminata e ingiustificata da parte delle forze di polizia nei confronti dei soli stranieri provenienti dal Gambia o dalla Somalia. I fermi e le identificazioni andrebbero fatti sulla base dei comportamenti individuali o perché la persona corrisponde ad un sospettato, mai sulla base del colore della pelle, della religione o dell’origine nazionale.
La profilazione razziale adottata dalla polizia giovedì scorso ci sembra in contrasto con il principio di uguaglianza che dovrebbe essere alla base delle azioni di tutte le autorità, anche delle forze di polizia di Catania.
La nostra presenza è diventata sgradita e siamo stati accusati di voler rallentare le operazioni di polizia e, per questo motivo, siamo stati allontanati. Seppur lontani da via delle finanze, siamo rimasti a osservare le operazioni. Ad uno ad uno gli stranieri sono stati perquisiti ed identificati (sempre con telecamera e documento accanto al volto) e rilasciati, se in possesso di documento. Gli stranieri in assenza di permesso di soggiorno sono stati condotti alla polizia scientifica e hanno trascorso la notte in questura. Il giorno dopo sono stati rilasciati con in mano un invito a recarsi presso la questura di competenza per il rinnovo del permesso di soggiorno. Durante le operazioni di identificazione svolte presso la sede della polizia scientifica, a tutti gli stranieri è stato chiesto di compilare un modulo, definito questionario conoscitivo, nel quale si chiedeva di specificare una serie di informazioni quali tipologia di permesso di soggiorno, tipo di lavoro svolto, residenza, e che si concludeva con una richiesta di consenso al rimpatrio volontario. È assurdo che all’interno della Questura vengano fatti firmare dei fogli che informano sul rimpatrio volontario a seguito di espulsione a persone regolarmente soggiornanti sul territorio. Assurdo che venga fatto senza accertarsi che le persone siano messe nelle condizioni di comprendere linguisticamente il contenuto di quei verbali. Assurdo che vengano obbligati a firmare un verbale dal dubbio valore legale in assenza di mediatori o legali.

Su questa situazione, sulle operazioni di sicurezza che interessano già da tempo e interesseranno ancora il quartiere di San Berillo, continueremo a vigilare, consapevoli che un diritto negato oggi ad alcuni, sarà un diritto negato domani a tutti.

Alcuni cittadini di San Berillo